Ricordo del Prof. Parisi


RICORDO COMMEMORATIVO

DEL P. GIOVANNI PARISI
MINISTRO GENERALE
DEL TERZO ORDINE REGOLARE DI SAN FRANCESCO (1936-1947)  

del prof. Giuseppe Parisi

Gentili Signori, cari Amici,            

Un sentimento comune di amore e di devozione ci riunisce qui, in questo luogo caro, per celebrare la nascita, avvenuta un secolo fa, il 21 gennaio 1897 di un bambino prediletto dal Cielo: Giovanni Parisi. E siamo qui riuniti (facendo seguito alle meravigliose, plenarie, commoventi celebrazioni del 25 maggio 1996, quarto anniversario della sua morte) per glorificare il Buon Dio che in Giovanni Parisi ci ha dato un Padre, cioè un dispensatore di ogni bene di ordine spirituale e temporale. Permettetemi uno sguardo retrospettivo su quella nascita. Questo bambino venne al mondo in Pace del Mela da Antonino e da Sebastiana Merenda, fanciulla nullatenente, orfana di ambo i genitori, ospite di una zia. L’uno e l’altra giovanissimi incredibilmente pronti a qualsiasi sacrificio e fatica, onesti, buoni, rigorosamente osservanti. Ospitati dal suocero, ben presto gli sposi furono indotti (per gelosie di coeredi) ad andar coloni a Laino, nella proprietà dei signori Lo Sciotto.
Sacrifici enormi, solitudine, pericoli ovunque, sforzi inauditi furono sostenuti lì per 13 anni, per procurare a se stessi un primo nucleo di consistenza economica. Ho voluto tracciare questo fugace profilo di famiglia perché sono profondamente convinto che furono proprio i meriti e le tribolazioni di genitori eroicamente virtuosi a disporre l’animo di Giovanni alla grazia singolare dell’intendimento di quella povertà francescana che egli abbracciò e amò come sposa per tutta la sua esistenza, nella buona e nella cattiva sorte: da essa infatti, dallo spirito di povertà, prendono accrescimento le virtù consorelle della castità e della obbedienza e per essa si aprono le porte del Regno dei Cieli. Io credo che sia giunta l’ora di glorificare in P. Giovanni la grazia santificante di Dio attraverso le virtù da lui praticate: è tempo di raccogliere testimonianze e prove per mettere in luce ad edificazione dei fedeli ciò che per la sua modestia teneva nascosto agli occhi di tutti.
È doveroso fare questo ed è urgente poiché oggi il mondo intero è subissato dagli scandali, dalle rapine, dalle violenze, dal fango della sensualità esasperata, montata ad arte perché si perda la percezione della preziosità della virtù che rende la pace ad ogni anima e la tranquillità dell’ordine ad ogni umana convivenza. Per questa grazia santificante P. Giovanni è stato costituito da Dio «Servo fedele e prudente» che, mediante il carisma di iniziatore e di capofamiglia, dà il pane necessario a tempo opportuno per la restaurazione e la vivificazione dei vari settori operativi, cui è stato preposto.           
Cari amici, l’opera di P. Giovanni non è terminata e non deve venir meno, poiché molteplici sono i campi di applicazione di ciò che egli ha portato avanti. Dobbiamo anzitutto preparare (con la santità e le virtù) le premesse per i futuri sviluppi: occorre chiedere a Dio con la sofferenza quotidiana e la preghiera costante che mandi nel Terz’Ordine Regolare operai validi per nuove e grandi missioni. Debbo confessarvi che io stesso, finché P. Giovanni è stato in vita, sono rimasto ai margini del Terz’Ordine, ma da quando Dio lo ha chiamato a sé ho sentito il bisogno di pregare molto e di impegnarmi personalmente, così come ho promesso a lui nell’ultimo incontro. Rispondiamo così a quello che il P. Generale ha raccomandato ai fedeli nella solenne concelebrazione del 25 maggio 1996. Vorrei anzitutto che nella mente e nell’animo di ciascuno si imprimesse per sempre la convinzione che P. Giovanni non è una meteora che si è accesa tracciando nel cielo una scia luminosa per poi sparire per sempre, ma un esempio vivente, un iniziatore presente in mezzo a noi, alla cui insegna occorre ordinare il pensiero, la fede e gli atti, per il bene di tutti. Se la sua immagine fisica, impressa nel bronzo, rimarrà nei secoli in questo Convento, la sua immagine spirituale, la sua opera, deve continuare a svilupparsi guidata dal Terz’Ordine francescano per illuminare, confortare e guidare i fedeli in questi tempi difficili. Senza le opere dello Spirito l’immagine in bronzo diverrebbe oggetto storico da museo, privo di vita e di efficacia.          
C’è lavoro per tutti, poiché «nella Casa del Padre Celeste ci sono molte mansioni» e la vigna del Signore ha bisogno di cure innumerevoli. Ripeto ancora: fin da questo momento ciascuno operi impegnandosi, per amore di P. Giovanni, a pregare perché Dio Padre mandi operai validi nella sua vigna; chiunque soffre nel corpo e nell’anima offra le sue sofferenze perché si faccia luce in mezzo a noi attraverso continuatori validi. Chiedo scusa ai Religiosi del Terz’Ordine se con le mie esortazioni ho invaso il campo spirituale di loro competenza. Ho fatto ciò perché sono convintissimo che se non è Dio, con la sua legge, a porre le basi delle nostre costruzioni morali e culturali, i nostri impegni nel costruire si riveleranno talmente fragili e irrisori quanto lo sono le costruzioni che i bambini fanno sulla spiaggia con la sabbia bagnata dalle onde.  
Fatta questa indispensabile premessa, desidero tracciare un profilo (per quanto estremamente inadeguato e parziale) sulla importanza e sulla fecondità degli studi letterari e storici che P. Giovanni (con la mia collaborazione per il mondo omerico e greco) ha portato avanti nella parte conclusiva della sua esistenza, riscuotendo consensi che non si sono ancora spenti, né mai si spegneranno se non per colpa nostra.Voi sapete che la prima, fondamentale opera di P. Giovanni trae il titolo «S. Lucia e il Melan» da un verso dei Fasti di Ovidio (= ... sacrarumque Melan pascua laeta boum»), verso riportato sul frontespizio insieme al programma di ricerca del famoso Tempio di Diana Facellina nella Piana di Milazzo. Vi spiccano anche le immagini (tratte da una moneta celebrativa della vittoria navale del 96 a.Cr.) di Augusto e della cacciatrice Diana «Sicula» o Facellina. In quella copertina c’è dunque compendiato tutto. Ma l’inizio, l’ispirazione è nel verso del poeta Ovidio. Ebbene, se nel nostro lavoro Ovidio ha rappresentato l’alfa, era segnato nelle occulte vie della Provvidenza che dovesse costituire anche l’omega, cioè il sigillo della veridicità di tutto quello che fu scritto, dandoci anche la possibilità di rivelare, per la prima volta, il mistero della tristissima sua fine in terra di esilio.  Già da tempo erano pubblicate le tre Opere quando mi venne sotto mano, fortuitamente, una rivelazione dello stesso Ovidio in un poema dove mai avrei pensato di trovarla: nell’Arte Amatoria. Erano dodici versi di estrema importanza. Comunicai la scoperta a P. Giovanni, il quale, felicissimo come me, pubblicò la notizia e quei versi (con la interpretazione da me fatta) sulla Gazzetta del Sud del 12 agosto 1989 con un articolo limpido e persuasivo dal titolo «Come Pompeo perse al Nauloco».(Nb: questo articolo è dentro la pagina "I suoi articoli" di questo stesso sito!) Per la sua rettitudine, egli iniziava così l’articolo: «Ho la soddisfazione di citare per la prima volta alcuni versi del 300 Libro dell’Ars Amatoria di Ovidio (vv. 387-398), che mio fratello Giuseppe mi segnala a documentazione dei retroscena politici della battaglia navale del 36 a. Cr.». Crediamo opportuno riportare qui tali versi (con la interpretazione) perché essi ci inducono ad avanzare la spiegazione più attendibile della misteriosa, improvvisa relegazione di Ovidio a Torni, sul Mar Nero, relegazione ordinata da Ottaviano Augusto e di cui i critici non hanno mai potuto trovare una ragione plausibile.  
Scrive dunque Ovidio: «Ma è lecito e fa bene andare sulle orme di Pompeo nel tempo in cui il capo della Vergine (= Diana) prende fuoco per cavalli (= passioni) eterei. Andate a vedere quali Templi sono consacrati sul Palatino ad Apollo laurigero: fu lui che affondò al largo le egizie navi (battaglia di Azio del 31 a.Cr.); andate a vedere quali memorandi eventi prepararono sia la consorella di Diana (cioè Diana Facellina) collegata al Duce (= Ottaviano), sia il genero di questi (= Agrippa), cinto il capo della onorificenza navale (= Nastro Azzurro); andate a vedere le are (= i templi) per bruciare gli incensi (= additivi per la fusione) della vacca di Menfi (= metallurgia specializzata); andate a vedere i tre teatri di guerra famosi per posizione strategica (= stenà; Mile; Artemisio); si osservino le sabbie tinte di tiepido sangue e il circuito (= attorno al Nauloco) da percorrere con ruote infuocate (cioè a velocità massima per l’accerchiamento dei Pompeiani). Ebbene, ciò che è nascosto non si sa, e per quello che non si sa non vi è incentivo alcuno a scoprirlo: manca infatti la finalità (della ricerca) specie quando l’esterno non dispone di testimonianze valide (= per la segretezza imposta)».  
Questi versi che non possono interpretarsi diversamente e quel bellissimo articolo di P. Giovanni, recante la ricostruzione ipotetica dell’arpagone in base alla descrizione di Appiano, sono memorabili. L’articolo si chiude con una pressante esortazione perché le varie «Pro Loco», interessando i centri di ricerca archeologica subacquea, promuovano l’esplorazione dei fondali marini antistanti al Nauloco, ove sicuramente giacciono ben 30 navi di Pompeo con il mortale arpagone ancora confitto nelle fiancate. Indubbiamente Ovidio che visitò la Sicilia con l’amico Macro dopo aver a lungo rimuginato sui tanti particolari richiamati in questi versi, comprese, «vide» che sicuramente erano intervenuti accordi segreti fra l’Ammiraglio Agrippa (genero di Ottaviano) e gli «Dei» potentissimi Diana e Apollo affinché la guerra civile (portata ormai nella zona inviolabile del Facellinum) si concludesse in certo modo repentinamente, secondo gli interessi supremi del l’Oracolo di Delfo. Così fu decretata la sconfitta di Pompeo e il sopravvento di Ottaviano, la cui vittoria fu duplicata con quella di Azio del 31 a. Gr. Per tutte queste cose insinuate imprudentemente nei versi su riportati, si scagliarono i fulmini dell’Oracolo di Delfo e di Ottaviano che immediatamente lo relegò per sempre, inesorabile a qualsiasi supplica, così come inesorabile fu il suo successore Tiberio. Ovidio l’aveva fatta grossa e non meritava perdono! Che siano stati questi i motivi veri della relegazione del poeta lo confermano le sue stesse parole. Parlando della sua disgrazia, egli dice infatti apertamente (Tristium, 2,207-2 12): «A portarmi in rovina sono state due imputazioni: una poesia e una mia scantonata (= carmen et error). Su una di esse io ho l’obbligo di tacere. Rimane l’altra secondo cui sono stato turpe insinuatore (= doctor) di una corruttela scandalosa (= obscaeni adulterii)».
E aggiunge con lacrime disperate: «E chi sono io per rinnovare, o Cesare, la ferita (all’onore) che ho procurato a te?». Altrove afferma che la sua colpa è stata quella «di aver visto i volteggiamenti, i voltafaccia degli Dei (= voltus vidisse Deorum)», onde si chiude in singhiozzi: «Perché io ho veduto? Perché ho reso colpevoli i miei occhi? Il mio fallo è di aver avuto occhi». Abbiamo ancora due motivi a sostegno della nostra tesi. Il primo è costituito dal fatto che Ottaviano ha irrogato non l’esilio (che avrebbe comportato un regolare processo), ma la relegazione immediata, in sordina; il secondo motivo è suggerito dal luogo di destinazione: Torni (oggi Costanza) sul Mar Nero. E noto infatti che la Tauride e la Crimea (= Chersonesus Thaurica) costituivano il dominio inviolabile, il covo tenebroso della crudele Artemide Taurica dal cui «tempio» partì ad opera di Ifigenia il «simulacro» di Diana Facellina per essere trapiantato dalle nostre parti e ad Ariccia, sui Colli Albani. Nella Tauride ogni malcapitato veniva schiavizzato e sottopo­sto a fatiche immani nelle miniere e nelle officine di sperimentazione siderurgica fino a lasciarci la pelle. Posto a fronte di quella Regione, Ovidio avrebbe logorato i suoi giorni maledicendo la imperdonabile colpa di aver parlato troppo... L’amara esperienza di Ovidio ci insegna dunque che gli sgarbi, le mancanze di tatto verso la Dea da chiunque commessi provocavano immediate ritorsioni e strascichi diplomatici interminabili. Ai Poeti consacrati e iniziati era concesso dire qualcosa a glorificazione della potenza degli Dei, ma in un certo modo, velatamente, sotto figurazione mitologica. Sorse da ciò e si tramandò la letteratura favolistica ad esempio sulle Sirene, su Scilla e su Cariddi, le quali (al pari dei pirati) non potevano operare senza il beneplacito dell’Oracolo di Delfo (cfr. Alla Ricerca di Diana Facellina, pagina 157, nota 9). Nessuno mai, all’infuori degli addetti ai lavori, poteva mettere piede o guardare da distanza ravvicinata ciò che si faceva in quelle aree riservate ed extraterriloriali. Solo così può spiegarsi il fatto che Seneca, uomo insigne di scienza e di saggezza, informato che il suo amico Lucillo aveva circumnavigato la Sicilia, si affretta a scrivergli dicendo: «Aspetto tue lettere con le quali mi racconti ogni specie di notizia sicura riguardo a Cariddi... Desidero infatti sapere se un vento solo possa provocare il vortice, o se qualsiasi tempesta sconvolga e contorca quel mare».
Da ciò risulta evidente che nessuno era a conoscenza della trappola di Cariddi, ma se qualcuno per ragioni particolari ne fosse stato a conoscenza, costui (con vincolo di giuramento) era tenuto al massimo riserbo. Indubbiamente, il poeta sommo del mondo ionico e greco, il cieco Omero, «vide» (cioè conobbe con esattezza) il dispositivo ingegnoso messo in atto dai perfidi Greci e Zanclei per punire e derubare i contrabbandieri e i commercianti di frodo, e nel descriverne alla lontana gli aspetti esterni e l’apocalittico ingurgitare, usò termini etimologicamente così rispondenti alla realtà, da consentire a noi (che credemmo nelle poetiche sue descrizioni) di risolvere l’enigma a due millenni di distanza. Al pari dell’idra dalle sette teste, l’oracolo di Delfo per alcuni aspetti prefigurazione della odierna piovra internazionalizzata fu duro a morire per le sue occulte, profonde radici e complicate connessioni. Attraverso le quattro guerre macedoniche (216-146 a.Cr.) Roma sottomette la Grecia e le impone il Nomen di Acaia quasi a recidere la parte maligna e portar su quella arcaica, sana, degli Achei. Nuove costituzioni furono fatte e si giunse ad abolire (dice Strabone, 9,15) il Collegio degli Amfizioni e a spogliare l’Oracolo dei suoi innumerevoli donativi. «A Delfo afferma Cicerone non si emettono più oracoli non solo da adesso, ma anche da tempo, onde nulla può esserci ormai, in maggior canzonatura» (De Divin., Libro 2°). Eppure, qualcosa ripullulava sempre, per cui l’Oracolo sarebbe stato definiti­vamente soppresso solo nel 390 ad opera di Teodosio. Similmente, con tenace lotta, Roma annientò la pirateria insidiosa in tutto il Mediterraneo, per cui non si vide più la mostruosa Cariddi ingurgitare navi nello stretto scandendo i ritmi con Scilla vorace. Rimasero i Miti: lo scandalo macabro non fu mai divulgato essendo connesso a un’etica politica e ad una religione comune, anche se piegata dall’Oracolo di Delfo al servizio di una tirannia crudele ed egemonica sui popolì. Ora noi siamo ben convintì come il poeta Ovidio che «è bene andare sulle orme» di questi antichi fatti non per curiosità culturale, ma per dare alle nuove generazioni una storia vera, vale a dire un insegnamento vitale, dal momento che è sempre valido nei millenni ciò che nell’Ecclesiaste scrisse il grande Salomone, vertice della umana sapienza; «Cos’è il passato? È lo stesso di quello che sarà... Nessuno può dire: «Oh, questo è un fatto nuovo!», poiché esso si verificò in modo uguale nei secoli che ci precedettero» (1,9-10).
Si ripresentano simili le vicende in quanto Dio supremo pedagogo le riporta in attualità affinché l’uomo che la sapienza non ama, impari a sue spese ciò che non ha saputo imparare dalla esperienza dei predecessori, cioè dalla «memoria storica», per superficialità e colpevole presunzione. Ma per intendere, al di là della lettera, l’insegnamento delle fonti veraci del Mito e della Poesia occorre esplorare il significato etimologico, originario, di ogni parola usata liberandola dal senso ristretto, esteriore, riportato dai Dizionari, sull’esempio di P. Giovanni. Ed è necessario avviare in ogni direzione studi analoghi a quelli da lui condotti affinché la storia torni ad essere «Maestra di vita» e non sia più una fredda, inutile cronologia di fatti esterni, soggettivamente colorati a seconda dello spirar del vento. Eccoci alla fine del nostro lungo discorso. Spero di non avervi annoiato. Era necessario che io (avendo condiviso con P. Giovanni studi e intendimenti) prospettassi a voi un quadro dei possibili sviluppi ditali studi. La missione da lui intrapresa può essere ricordata con le parole medesime con cui il Vangelo esalta in Giovanni Battista il Precursore: «Non era lui la Luce, ma venne al mondo per rendere testimonianza della Luce affinché tutti credessero attraverso di lui. Quella Luce vera illumina ogni uomo che viene in questo mondo...». Questa è la Missione più grande: rendere testimonianza alla Verità. È attraverso questa testimonianza coraggiosa e schietta che si diventa Figli di Dio e Precursori della Luce divina che è vita e amore.
Pace e Bene
 
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EVENTI DI RILIEVO

Festa dell'Eccomi
Genitori e Araldini
Domenica 5 Febbraio 2012 - ore 18.00


Quarant'ore
dalle ore 7,30 alle ore 16.30
9 - 10 -11 febbraio 2012


Festa di Carnevale
Ore 16.00
18 febbraio 2012


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da S. Caterina al Sacro Cuore
29 febbraio 2012


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Corso di Cresima
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Corso PreMatrimoniale
Lunedi', ore 21.00

Catechesi Adulti
Martedi', ore 21.00

Incontro GiFra
Mercoledi', ore 21.00

Prove Coro
Venerdi', ore 21.00

Catechismo fanciulli
Sabato, ore 16.00

Araldini (dalla 3^ elem. alla Media)
Sabato, ore 17.00

Gruppo di Preghiera P. Pio
Primo Lunedi' del Mese
ore 16.30

Adorazione Eucaristica
Primo Venerdi' del Mese
ore 16.30

 


 


 
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