Profilo di un uomo
PROFILO DI UN UOMO:
PADRE GIOVANNI PARISI TOR
del Prof. Giuseppe Parisi

PREMESSA

Il 25 maggio 1992 coronava la sua umana esistenza e 33 anni di mi­nistero sacerdotale in S. Lucia del Mela (Messina) il Padre Giovanni Parisi TOR, rispondendo adsum (= eccomi pronto!) all’ultima chiamata del Signore.
Chi non ricorda ancora il generale compianto e la partecipazione alle esequie, o le solenni celebrazioni del 40 anniversario della morte con in­tervento del Ministro Generale e di tutte le Autorità dell’Ordine (Italia ed Estero), quando — nel chiostro del Convento o sulla sua tomba in Pace del Mela — furono inaugurate due grandi sue effigi in bronzo (opera dell’artista Biagio Governali) e una targa stradale?
Eppure, su ogni affettuoso meritato tributo di riconoscenza cala inesorabile la penombra della sera, poiché il giorno è già passato e tutto è destinato a dileguarsi per l’infittire delle tenebre.
Per questo l’uomo sapiente deve coltivare e ravvivare non tanto l’esterno transeunte, quanto l’interno che non muore per poter consegnare il culto dei valori sacri ed eterni alle generazioni che si susseguono e pre­parare in tal modo l’avvento del nuovo giorno.
La celebrazione del 4° anniversario del transito di Padre Giovanni, con il pienum di Autorità religione e civili, mi ha letteralmente colto di sorpresa rivelandomi quanta stima, quanta venerazione e quanti consensi riscuotesse mio fratello sia come religioso francescano e parroco, sia co­me studioso e animatore di iniziative.
In quella occasione — su invito dei Padri del Terz’Ordine Regolare di san Francesco — ho pronunziato un discorso sul Padre Giovanni scrittore, poiché nessuno meglio di me — in quanto collaboratore per la trilogia sui paesi «Del Mela» — poteva darne più esatta e consapevole valutazione.
Ora, per la stessa ragione, i medesimi benemeriti Padri mi esortano a tracciare un Profilo dell’uomo attingendo alle memorie di famiglia (ignote ad altri) per costituire, in tal modo, un punto di partenza per i bio­grafi che vorranno nel tempo studiare la multiforme personalità cli Padre Giovanni, coglierne fin dagli albori sia le virtù che fioriscono nelle più grandi tribolazioni, sia i principi di vita che egli ha coltivato con la fede, aprendo per il Terz’Ordine Regolare e per ogni buon credente orizzonti luminosi di pensiero e di attività.
Il non facile compito mi ha però messo in crisi, perché rifuggo da qualsiasi glorificazione della mia famiglia di origine o di me stesso. Non­dimeno ho trovato l’entusiasmo necessario per accedere a tale lavoro nel fatto che il Signore — come il sole — può ricavare da un coccio di vetro della discarica un raggio di luce riflessa che superi in splendore qualsiasi astro. Non a noi quindi sono attribuiti i meriti e la lode, ma a colui che su­scita i suoi gigli dal campo.
Convinto di questo, desidero pertanto che insieme a me ogni lettore glorifichi il Padre Celeste (coltivatore sapientissimo delle anime nostre e dispensatore di ogni bene), disponendosi — sull’esempio dei migliori e degli umili — all’accettazione piena e consapevole della sofferenza, ben sapendo che essa è «fuoco vivo»: il solo, cioè, che consenta di estrarre dalle vene della pietra, e purificano progressivamente, il metallo prezioso per gli usi della vita.

I NATALI NELLA POVERTÀ
Ottobre 1895. Per una viuzza della borgata di Pace del Mela, a passo sostenuto, una bionda ragazza Sebastiana Merenda andava pensosa facendo la spola fra casa e lavoro. Dietro di lei, affretta il passo un giovane bruno e slanciato. Raggiuntala, egli aggancia un colloquio. Poi dice: Mi conoscete? Sì, siete Nino Parisi. Intendo sposarvi, se mi volete...E i due giovani si sposarono presto’. In quaranta giorni tutte le pratiche furono espletate e il matrimonio venne celebrato in sordina, in parrocchia, all’alba del 29 novembre 1895, primo giorno della Novena dell’Immacolata, appena in tempo prima che si entrasse nella proibizione dell’Avvento. Pranzo di nozze? Una manciata di ... fichi secchi.
Dopo il rito, i due sposi andarono ciascuno a casa propria, e solo nella festività dell’ Immacolata furono in condizione di vivere insieme avendo preso a pigione un rudimentale ricovero. A S. Lucia riscossero (e furono gli ultimi a beneficiarne) cento lire, frutto di un lascito a beneficio di orfane povere che passassero a matrimonio religioso. Ma tale somma non fu sufficiente per le spese indispensabili, e dovettero comprare anche a credito. Ma come pagare i debiti e la pigione? Armatasi di coraggio e di fede, mia madre si associò alla comitiva dello zio Rocco per andare a spigolare a Carropepe (oggi Calascibetta) affrontando un viaggio di tre giorni su un carretto, per strade rudimentali, pur essendo incinta di tre mesi. Racimolò grano e legumi. Intanto nonno Giovanni aveva fatto assegnazione in parte della casa di abitazione a due figli maschi, anche per dare asilo ai due giovani sposi. Ma la parte toccata a mio padre era così piccola che i coeredi, per dileggio, la chiamavano «il colombaio».  
Mia madre vendette un orticello toccatole in eredità, e con il ricavato di Lire 300 ampliarono la parte anteriore del fabbricato e lì nacque felicemente Giovanni il 21 gennaio del 1897. Fonte principale della mia narrazione sono le memorie che ho ascoltato dalla viva voce di mia madre. Essa ha chiuso la sua terrena esistenza il 4 febbraio 1966 all’età di 92 anni, assistita dallo stesso Padre Giovanni e circondata da tutti i figli superstiti.  
Mio nonno li aveva accolti con entusiasmo, ben sapendo quanto virtuosa fosse la nuora e quanto abile (e infaticabile) anche nei lavori di campagna, ai quali avrebbe potuto dedicarsi affidando alla suocera la cura del primogenito. Fece quindi dei patti soddisfacenti per tutti. Ma l’euforia doveva durare ben poco. Mio nonno possedeva ben 24 modesti appezzamenti di terreno e di essi non aveva ancora fatto assegnazione. I coeredi, quindi, rinfocolando gelosie e sospetti, indussero mia nonna a trascurare del tutto il bambino affinché la madre lo trovasse, la sera, nelle condizioni più pietose. Essi ottennero così quello che si proponevano: l’allontanarsi degli ospiti indesiderati. Avvenne allora che, essendo in offerta la colonia del Laino dei sigg. Lo Sciotto, i miei genitori vi andarono (Giovannino aveva 22 mesi), pur essendoci da lavorare e poco da guadagnare, sia per le quote allora in uso (1/4 sul vigneto; 1/3 sull’ uliveto e sui vitelli a stalla, nulla sul frutteto), sia perché i padroni tennero in proprio la parte più fertile, irrigua e pianeggiante. Coltivarono ortaggi e tennero due vitelli a stalla.
Malgrado l’esiguità del guadagno e i disagi, i miei stettero lì ben 13 anni, cioè fino all’autunno 1911. Nacquero lì ciascuno a distanza di due anni Stefano e Concetta. Non vogliamo affrontare la fatica improba e di poca utilità  di narrare tutto quello che lì soffersero, nel corpo e nell’animo, i miei genitori e quanto tribolarono per dare il pane quotidiano e un pò di consistenza economica alla famiglia che andava crescendo. Lavoravano anche a giornata, risparmiavano su tutto e arrivavano a tutto con l’aiuto di Dio e con la loro fede. Non mancarono problemi di salute per mio padre, per Giovanni, per Concetta e ... per gli animali domestici. Ma il Signore manifestò presto la sua benevolenza. Nonostante le preoccupazioni per le necessità quotidiane e la solitudine di Laino, la famiglia metteva sempre al primo posto gli ideali religiosi. Pur abitando lontano dai luoghi di culto, i membri della famiglia erano puntuali alla Messa festiva, alle istruzioni e alle Novene, che in quel tempo si celebravano prestissimo di mattino, per poter poi correre al consueto lavoro.  
Sebbene fosse analfabeta, mia madre era desiderosa di apprendere e mio padre le leggeva le storie in versi di Santa Brigida, di Santa Genoveffa, l’orologio della Passione, la Filotea di Sant’Alfonso. Con la fatica e con l’aiuto della Provvidenza, andarono migliorando le condizioni economiche. Fu acquistato un appezzamento di terra coltivabile a vigneto e fu riscattata tutta la casa. Si aprirono così nuovi spazi e fu possibile lasciare il Laino, ambiente ingrato e senza prospettive. Sì, il Laino fu terra ingrata e di durissime prove, ma fu proprio lì che il primogenito crebbe nell’arco della fanciullezza e definitivamente si modellò sui genitori, maturando in sé l’ideale francescano. Buono, giudizioso, solerte nelle faccende, Giovanni era di non poco aiuto ai genitori badando al fratello Stefano e a Concetta. Frequentava le elementari a Pace e spesso (con un cammino di circa tre quarti d’ora) passava dalla padrona la signora Antonietta Lo Sciotto per portarle un orcio d’acqua del Laino, che ella riteneva migliore. Essa lo circondava di contenuta benevolenza e lo ammirava.
Tali sentimenti durarono nel tempo e si accrebbero talmente che quando quel ragazzino divenne sacerdote, non disdegnò di fare di lui figlio di poveri coloni il suo confessore e padre spirituale. Con lui si sfogava chiedendo consigli per le sue tribolazioni familiari. Or avvenne (credo nel 1908) che mio padre, dopo aver ascoltato in parrocchia  insieme con il figlio la predicazione del luciese Padre Gaetano Chiapparone, benemerito del Terz’Ordine a Calvaruso, presentò a lui Giovannino, già al termine delle Elementari. Con la sua voce possente e avvincente, egli suscitò nel bambino e poi coltivò l’entusiasmo per la vita monastica. Di ciò rese testimonianza lo stesso P. Giovanni che, ricordandolo con affetto nella sua tarda età, disse: «Io debbo a lui la mia vocazione alla vita religiosa».
Il padre non negò la sua adesione e fece «l’offerta del figlio al patriarca San Francesco». Certamente non meno costò all’animo di Giovanni spiccare il volo verso l’ignoto, lasciando per sempre il nido del Laino che costituiva per lui tutto il suo mondo. Egli custodì per sempre dissimulandolo nello spirito di povertà un affetto immenso per la famiglia e per i genitori, la cui benedizione lo accompagnava costantemente dandogli la forza necessaria per superare ogni difficoltà. La madre approntò un materasso di lana, un piccolo corredo e dimostrò tanto coraggio, addossandosi anche l’onere di una modesta retta. Stima e benevolenza conservò Padre Gaetano verso la nostra famiglia e mio padre riconoscente per i saggi consigli andava spesso a trovarIo in Calvaruso, portandogli qualche primizia delle sue coltivazioni.
Prendendo avvio da Calvaruso (dove si recò con il padre il 12 ottobre del 1909), Giovanni viene destinato, come probando, al convento del Giglio. A Sciacca tornerà per il noviziato e lì incontrerà, nel 1914, per la prima volta, il conterraneo don Silvio Cucinotta, chiamato a predicare il quaresimale. Si stabilirà così, fra i due, quel rapporto di stima e di simpatia che durerà per tutta la vita. Punti di convergenza dovettero essere l’ideale religioso, l’impegno missionario e il culto del bello che fece di doti Silvio un ottimo poeta della vita claustrale e delle memorie leggendarie.

RIENTRO NELLA CASA PATERNA
Siamo neI 1910. Mentre il primogenito di Sciacca passa a Napoli e da lì a Francavilla d’Ete (Ascoli Piceno) per gli studi ginnasiali e per la formazione religiosa, i familiari lasciano il Laino per trasferirsi nella casa paterna in coabitazione. Così, mentre l’uno coltivava la mente e la propria anima (= hortus conclusus), gli altri coltivavano l’orticello e le terre proprie. Uguale l’alacrità comune, il sacrificio e la durezza del lavoro, benedetto da Dio. Nonno Giovanni era diventato paralitico. A prestagli cura e assistenza era soprattutto la nuora Sebastiana. Mori nel 1912. Nonna Domenica Brunetta morta due anni dopo sapeva tessere. La sua arte passò alla nuora che in essa e nell’orditura divenne espertissima, tessendo corredi su commissione. Nacquero a Pace altri tre figli: Carmela (1910), Domenica (1915) e Giuseppe (il 28 marzo 1918 «alle ore 5 del mattino», come trovo in un appunto di mio padre): fu l’ultimo frutto inatteso ma provvidenziale di mia madre, già quarantacinquenne.
In quella casa tutt’altro che ampia e rifinita c’era molto da lavorare. Col suo ingegno vivace e con la sua intraprendenza, mia madre si applicava e riusciva in tutto, non escludeva l’arte muraria, di cui aveva sufficiente pratica e molto intuito, avendo lavorato a lungo con gli zii muratori. Non si soffri più la fame, ma la penuria di danaro era grande e generale, in quanto non c’erano attività commerciali. Ma anche nei Conventi già decimati e dissestati per la civile soppressione del 1866 c’erano penuria e crisi immane di riassestamento soprattutto per effetto delle Leggi inique di requisizione dei beni ecclesiastici, onde per Giovanni i disagi e le privazioni del Laino ebbero un seguito nelle varie comunità e nei vari spostamenti. Ma ci fu un fatto che, al di sopra di ogni altro, mise a dura prova e temprò la sua virtù di novizio francescano.  
A Francavilla d’Ete troppo lontana dal paese natio gli anni si susseguivano agli anni e, per una ragione o per l’altra, il desiderio sofferto di riabbracciare i genitori e i propri cari svaniva nel nulla. Or avvenne che nell’anno 1912, avendo il Comune di Sciacca indetto la vendita all’asta dell’antico Convento annesso alla Chiesa del Giglio, il Terz’Ordine (per interposta persona) riuscì ad aggiudicarselo e lo costituì sede di probandato e di noviziato della Provincia di Sicilia. Ciò portò come conseguenza il trasferimento a Sciacca di Giovanni e di altri due giovani.
Felicissimo, Giovanni affrontò l’avventuroso viaggio pregustando la gioia di fare una capatina in famiglia. Ma quale fu il suo disappunto quando, nell’appressarsi a Milazzo, si vide negato questo desiderio da chi lo accompagnava! Assoggettandosi alla penosissima prova, egli obbedì e fu questo, al cospetto di Dio, l’esame più duro e qualificante del suo noviziato. Quella delusione venne compensata l’anno successivo con un periodo di vacanze estive. Giovanni si mise in viaggio pregustando la gioia di una sorpresa dopo quattro anni di assenza. Divorò, a lunghi passi, la strada campestre da Milazzo a Pace e, giunto a sera, bussò. I genitori lo videro, ma non ravvisarono chi fosse quel giovane alto, allampanato. «Son io, Vanni, non mi conoscete?». Poi gli abbracci interminabili fra lacrime di generale commozione.
Non abbiamo inventato questa scena patetica, ma l’abbiamo ricostruita non solo sulle narrazioni della mamma, ma anche sulle parole indimenticabili dello stesso P. Giovanni. Mi trovavo a Pace verso il 1971, nella casa paterna ancora in ristrutturazione, quando P. Giovanni di passaggio volle fermarsi con me per qualche ora. Sedemmo sul balcone prospiciente il giardino annesso.  
Fra i vari argomenti, il suo discorso cadde sull’episodio di cui sopra. Ebbene, l’emozione sua nel dire «i miei genitori non mi riconobbero» fu tale che le parole uscirono a stento, rotte in gola dalla indomabile commozione, rivissuta nel ricordo a quasi sessanta anni di distanza, pur essendo grande in lui la forza d’animo. Eppure (ed è bene rilevarlo), sia nelle parole di lui sia in quelle dei genitori che rievocavano il fatto, mai ho potuto cogliere l’ombra di malcontento nei confronti dei superiori: segno evidente che le rispettive donazioni di se stessi e dei propri sentimenti erano intimamente permeati dello spirito di francescana, evangelica povertà. In quel periodo di meritato riposo si parlò ovviamente di tutto. I genitori manifestarono al figlio quindicenne saggio, istruito, equilibrato angustie, ristrettezze e speranze della famiglia. Egli, rammentando ciò che avevano saputo realizzare con fede e tenacia straordinaria alcuni capi dell’Ordine (in primo (luogo il P. Bernardino Russo, artefice del riscatto del Convento di Sciacca), li esortò alla fede in Dio che suscita i poveri dall’infima loro condizione.
S
i rivelava così in Giovanni forse per la prima volta un principio ispiratore che troviamo alla base di ogni sua futura opera: quando si avvertono vocazioni di ordine superiore ci si deve riscattare dallo sfruttamento e dall’oppressione del bisogno, al fine di realizzare il disegno di Dio e la missione che ne discende. A poca distanza dalla nostra casa abitavano due coniugi benestanti, con i quali ci si intratteneva in rapporti di amicizia e familiarità. A giornata i miei andavano solo da loro, sia per bisogno di denaro sia per tale amicizia. Ma erano gretti, puntigliosi e di pretese eccessive, insonni. Prima che spuntasse l’alba, lui, Nicola, era dietro la porta a bussare e sollecitare. Si tornava dalla campagna a sera quando era già sopravvenuta la penombra. Continuo era l’assillo: «presto, fate presto...». Né c’era internizione, se non per prendere un boccone.
Ad esimersi da tale improbo lavoro nessuna ragione era ritenuta valida. Si offendevano, litigavano, ma presto per interposta persona sollecitavano la pace, per poi comportarsi sempre allo stesso modo... Comprese Giovanni che, per liberare i genitori da tale assillo, si dovevano escogitare nuove fonti di guadagno, che consentissero di rinunziare definitivamente al lavoro a giornata. Prospettò due soluzioni: 1) che la sorella Concetta ormai quattordicenne imparasse l’arte del ricamo, sia per il corredo familiare, sia per lavori su commissione; 2) che i genitori e Stefano si dedicassero non solo alla coltivazione delle proprie terre, ma mettessero su anche una razionale apicoltura: industria allora sconosciuta dalle nostre parti, ma che egli aveva ammirato nelle Marche, ove gli apicultori senza gravame di tasse realizzavano ottimi guadagni con modesto, appassionante lavoro da espletare nei ritagli di tempo.
I due consigli furono seguiti e si rivelarono provvidenziali. Concetta si appassionò al ricamo e in seguito lo insegnò alle due sorelle. Lavorando insieme, per molti anni diedero vita ad una scuola di ricamo, che richiamava non poche giovanette del paese. Si resero così autosufficienti e poterono espletare, fra di loro, l’insegnamento di catechismo e pratiche religiose. Il secondo consiglio era di non facile attuazione, non essendoci sul posto chi potesse dare aiuto e istruzione. Il primo tentativo fu quello delle amiche rustiche di canna. Quelle a cassetta vennero approntate all’inizio del 1918, quando Giovanni carabiniere fece venire dalle Marche il modello, le attrezzature e un libretto di istruzione. L’iniziativa e l’entusiasmo conquistarono l’amico Nicola, il quale rassegnato a non avere più i miei a giornata con essi collaborò in tutto riguardo all’apicoltura.
A volte, passando per le strade, la nostra attenzione è attratta da una lapide: «In questa casa nacque...; qui dimorò...; qui meditò la sua opera il tal dei tali...», ecc. Al pari della dedicazione di una via o piazza, quella lapide non serve ad altro che a rievocare la memoria di un illustre personaggio scomparso, poiché essa è un semplice «richiamo esterno». Nostro intendimento, invece, è invitare gli amici fedeli nell’interno della casa di Padre Giovanni, cioè alla esplorazione del suo animo attraverso gli avvenimenti vissuti insieme alla famiglia. In tal modo, tra i fili della sua vocazione, discendente dall’alto, vedremo far la spola la navetta della sua vita quotidiana, con tutte le pene e le sofferenze condivise con i genitori e i familiari in perfetta sintonia. E un legame intimo e interiore che consente nel suo svolgersi provvido di intessere la storia della sua vita e della sua missione multiforme e di interpretare il mirabile disegno di Dio che a piene mani semina le tribolazioni per cogliere poi da esse frutti abbondanti e imperituri.
E abbiamo notato ancora nell’esaminare e mettere insieme documenti e memorie come tra lui e i genitori si riscontrassero talvolta delle identità genetiche, cosicché l’uno si rivelava immagine dell’altro. Faremo soltanto un cenno per un più esatto intendimento. Nel 50° del suo sacerdozio, P. Giovanni confidava: «E anche in questo mio stato religioso quanti pericoli di ogni genere insperatamente superati! Quante opere compiute che oggi mi appaiono essere state troppo ardite e forse anche avventate, ma che alla fine si sono rivelate provvidenzialmente vantaggiose all’Istituto da me abbracciato... Com’è possibile non riconoscere, in tutto questo, la realizzazione di un armonioso disegno della Provvidenza divina, che mi ha misteriosamente guidato?». Sostanzialmente allo stesso modo si esprimeva la madre quando, nell’età senile, rievocava insieme a tante altre l’impresa troppo ardita, se non avventata, di arrampicarsi in cima al cipresso per sopperire ad una necessità della famiglia... E diciamo ancora che, riguardo all’indole, mio fratello, pur avendo un pò della intraprendenza della madre nell’aggredire coraggiosamente i rischi, somigliava moltissimo al padre, non solo fisicamente ma anche nella pazienza e in quella saggezza introspettiva che consente di trarre insegnamenti morali da ogni fatto e circostanza esterna.
Nella sua vecchiaia e nel crogiuolo di tormentose infermità, mio padre volle che il figlio Padre Giovanni fosse per lui consigliere, confessore e padre spirituale. Superando la sua riservatezza, egli apri totalmente al figlio la sua anima e manifestò la sua piena donazione alla volontà di Dio fino all’olocausto. Diciamo questo perché, dopo la sua morte (26.08.1952), mio fratello mi confidò che mai avrebbe immaginato, nel padre, tanta perfezione spirituale.

NELLA TORMENTA DELLA GUERRA MONDIALE
Ultimato a Sciacca (verso la fine del 1914) il noviziato, Giovanni viene inviato a Roma nel Convento dei Ss. Cosma e Damiano per completare gli studi ginnasiali presso i Maristi. Poiché nubi fosche si addensavano anche per l’Italia interventista, Giovanni frequentò un corso per infermieri presso i Fatebenefratelli dell’isola Tiberina, sperando di essere così destinato in Sanità quando sarebbe stato chiamato al servizio militare di leva. Ripartito poi per la Sicilia e chiamato alle armi, svestì l’abito religioso per indossare la divisa militare. Dal corpo di Sanità passò al VI Reggimento di Fanteria e infine nell’Arma Benemerita. E fu Carabiniere ausiliare in Palermo, presso la Legione di Portanuova. Il suo servizio militare si protrasse complessivamente per oltre quattro anni, onde solo nel 1921 poté rientrare nell’Ordine religioso emettendo i voti solenni il 5 novembre 1922.
La vita militare e la mondanità dell’ambiente non spensero in lui né dissiparono la vocazione religiosa e l’amore agli studi. Sacrificando le ore di libera uscita e i miseri proventi, seguitò negli studi e nel 1919 conseguì la Licenza liceale per iscriversi poi nella Facoltà di Lettere e Filosofia presso l’Università di Palermo. I rapporti con i religiosi dell’Ordine non si interruppero, anche se ben pochi speravano nel suo rientro. Ogni tanto arrivavano nel Convento dei Ss. Cosma e Damiano «cinque lirette che mi erano grandemente di aiuto (egli dice) nelle ristrettezze della vita militare». A mandargliele era il parroco Padre Bonaventura Macchiarola. Molto intensi erano gli scambi con la famiglia per sostenersi reciprocamente non solo nei bisogni materiali (c’era ovunque penuria di tutto) ma anche in quelli morali, soprattutto quando nell’ottobre 1917 a seguito dello sfondamento del fronte italiano sull’Isonzo e la rotta di Caporetto, venne mobilitata la Classe del 1899, cui apparteneva Stefano, non ancora diciottenne.           
Le apprensioni per la sorte dei nostri soldati si facevano sempre più assillanti attraverso lo stillicidio tragico, incessante, degli annunzi di morte al fronte: ben 25 in tre anni di guerra per una borgata con un numero sparuto di abitanti. Come se ciò non bastasse, altre vittime mieteva la «spagnola», epidemia tremenda e senza rimedio valido. Si viveva con l’animo sospeso, aspettando giorno per giorno la posta. Per effetto di ciò, si conservavano il ricordo, le cartoline e le lettere che giungevano dalle zone di guerra o da parenti che si trovavano lontano. Subito dopo le feste di Natale del 1917 Giovanni si ammala e viene ricoverato in ospedale. Il 10 gennaio il padre è a Palermo, col timore che il figlio abbia contratto l’epidemia. Il timore era fondato. Il 26 luglio 1918 il fratello Stefano muore a Napoli, colpito dalla inesorabile epidemia «spagnola». Quanto mai inaspettata, la scomparsa di Stefano fu come quella di una nave silurata che si inabissa nell’oceano insondabile. Nessuno dei familiari poté vederlo, nessuno mai poté sapere dove fosse stato sepolto per riportarne il corpo dalla fossa comune alla terra natia e restituirlo all’affetto dei familiari. Di lui non resta neppure una fotografia. Quel lutto scosse profondamente la famiglia, anche perché Stefano era il maggior sostegno nei lavori di coltivazione. Giovanni si impegnò perché al padre, inabile ai lavori pesanti, venisse riconosciuta una pensione  di guerra.

QUEL «SIGNUM» DI VOCAZIONE PARTICOLARE 
Il 4 novembre 1918 segna la fine dell'immane conflitto che, come apocalittico ciclone, devastò nazioni e regni. Nella incontenibile emozione si levò un ringraziamento solenne a Dio, che di tanto flagello aveva finalmente liberato il popolo cristiano.
Si smobilitano i contingenti militari, ma Giovanni non può essere libero se non allo scadere della ferma. Continua quindi nel suo servizio, frequenta l'Università nell'anno accademico 1919-1920. Solo nel 1921 può rientrare nel Terz'Ordine. Nessun ripensamento, neppure in considerazione della necessità di sostenere la famiglia, dissestata dalla perdita di Stefano. "Deus providebit"! Quella esigua pensione di 52 lire al mese costituiva per tutti un pegno indefettibile e una garanzia della presenza della divina Provvidenza.
Quando Giovanni fu libero dal servizio militare tornò a Roma e bussò al Convento di S. Paolo alla Regola il "Collegium Siculum", chiedendo la sua riammissione nell'Ordine. Incontra per la prima volta il P. Bernardino Russo, il quale lo indirizza al Pontificio Ateneo "Angelicum" per conseguire la laurea in filosofia, teologia e diritto canonico. Nove anni complessivamente, in parte ultimati dopo la sua ordinazione sacerdotale. Poiché intendiamo celebrare più la gloria di Dio che quella dell'uomo, diremo che in tali studi non brillò eccessivamente. Egli infatti era preso da un particolare interesse per la "Schola divi Pauli", dimora biennale dell'apostolo a Roma. Nel 1927 pubblicò "La prima dimora di San Paolo a Roma", con ampi consensi tra gli studiosi. Nel 1959 ne curò una seconda edizione, più esauriente e meglio ordinata.
Facendo ricorso alle fonti documentarie più garantite, egli ha ravvivato la memoria delle sane tradizioni dell'Ordine, illustrando le testimonianze di uomini e i preghi di molte chiese. Ricordo il "Terz'Ordine Regolare in Sicilia" (1963) e "Florilegio Serafico del TOR".
Poiché dire "vocazione" e dire "volontà di Dio" è la medesima cosa, sentiamo di poter affermare che la vocazione di lui, perdurando, impegna oggi anche i continuatori nel tempo e ad essi assicura prosperità in virtù della fede che sapranno coltivare.
Sotto l'aspetto della spiritualità, tale "ritorno alle origini" potremmo cogliere abbondantemente nei due grandi settori della sua attività sacerdotale: l'impegno missionario e il ritorno all'unità della fede, vista attraverso la conversione di S. Paolo. Nel luglio del 1942, a compimento del sessennio del suo generalato, Padre Giovanni compie una visita alla comunità dell'immacolata Concezione di Mallorca in occasione dei festeggiamenti in onore del Beato Raimondo Lullo del TOR. "Nello svolgimento della visita - egli narra -mi resi conto del grande bisogno che si aveva di un proprio "Cerimoniale dell'Ordine". Ripescai l'antico Cerimoniale dell'Ordine, edito dal P. Palterio nel 1691, divenuto rarissimo. Indagai sulle Tradizioni e consuetudini in uso nel tempo. Nel 1946 potei finalmente dare alla luce il bel volume "Cerimoniale ac Rituale ecclesiasticum Tertii Ordinis Regularis S. Francisci", ed. Poliglotta Vaticana".
L'amore alla cultura, di più ampio orizzonte, lo fece incontrare con il prof. Pericle Perali, archivista vaticano e studioso di fama. Nel 1947 il P. Giovanni, con l'elezione del P. Giovanni Boccella a Ministro Generale dell'Ordine, ritornò definitivamente nella sua amata Sicilia e si fermò a Sciacca. Più tardi passerà in S. Lucia del Mela. Per 11 anni portò avanti la rivista "Kronion". Io, ottenuto un posto di lavoro a Roma nel 1946, rimasi nella capitale. I nostri incontri si fecero rari e fugaci.

L’ASCESA AL SACERDOZIO E OLTRE
Possiamo ora riprendere la nostra narrazione dal punto in cui l'abbiamo lasciata all'inizio del capitolo precedente. Intendo parlare della vita sacerdotale del Padre Giovanni. La meta del sacerdozio era per lui la tappa più luminosa delle sue aspirazioni e il modo per dedicarsi al bene dell'Ordine nel servizio delle anime.
Lasciata la divisa di carabiniere, Giovanni rinnova nella Basilica dei Santi Cosma e Damiano in Roma la professione religiosa il 5 novembre 1922, assumendo definitivamente il saio francescano del Terzo Ordine Regolare. Continua i suoi studi di filosofia e teologia. Dopo tre anni verrà ammesso all'ordinazione sacerdotale. 
L'ordinazione avvenne il 5 luglio 1925 nella Basilica dei Ss. Cosma e Damiano a Roma per mano del card. Protettore dell'Ordine Vannutelli. Insieme con lui furono ordinati altri 12 frati del TOR. Nessuno della famiglia poté essere presente alla sacra ordinazione in Roma. La festa in paese per il novello sacerdote fu organizzata per la terza domenica di luglio. Tutti si misero all'opera per i preparativi in famiglia. Il parroco don Silvio Cucinotta, i probandi di Calvaruso, le autorità civiche, la banda musicale, parenti e amici si ritrovarono per la grande occasione.
Padre Giovanni fu presto superiore nel Convento di S. Paolo alla Regola, maestro dei novizi e quindi definitore generale per la Provincia di Sicilia.
Nel 1933 il P. Giovanni viene destinato al Convento del Giglio in Sciacca come priore e come maestro dei novizi. Il suo dinamismo è straordinario e lascia segni indimenticabili nell'apostolato, nella cultura, nella vita delle associazioni.
In seguito alla visita apostolica, il 22 maggio 1936 la Sacra Congregazione per i Religiosi. lo nomina Ministro Generale dell'Ordine con sede nel Convento dei Ss. Cosma e Damiano in Roma. Grande riconoscimento ai suoi meriti e alle sue capacità. Si stavano però affacciando tempi difficili per l'Europa e per il mondo intero. La grande guerra era alle porte. Il 10 giugno 1940 anche l'Italia entra nel conflitto mondiale. L'armistizio dell'8 settembre 1943 cominciò a lasciare liberi molti giovani.

CARITÀ E AFFLIZIONE FRA LE STRUTTURE NUOVE DELLA SEDE GENERALIZIA  
Il lungo governo dell'Ordine condotto dal P. Giovanni Parisi va dal giugno 1936 al luglio del 1947. Il predecessore P. Bonaventura Macchiarola fu pregato di dimettersi. Ritengo utile, per motivo di chiarezza, presentare gli argomenti in tre paragrafi: la carità; le nuove strutture; l'afflizione profonda.

1. La carità
L'armistizio dell'8 settembre aveva aggiunto, alle vecchie miserie e ai lutti della guerra, un fenomeno nuovo, che appunto si verificava per la prima volta nella nostra storia: il disorientamento militare e politico, con conseguenti mutamenti radicali sia sul fronte interno sia sul fronte istituzionale. Le certezze erano sfumate nella confusione ideale e pratica. Non si sapeva più chi seguire, a chi dare ascolto, quale via prendere. Nella capitale il dramma degli sbandati e dei perseguitati politici divenne prioritario, anche perché dall'8 settembre Roma era stata occupata dai tedeschi, i quali facevano retate di avversari e anche di operai da inviare nei campi di lavoro in Germania. Pio XII fece aprire per i bisognosi le porte degli Istituti religiosi, compresi alcuni ambienti di clausura. Ma anche questi luoghi non erano immuni da irruzioni.
Sfidando coraggiosamente il pericolo in spirito di francescana carità, Padre Giovanni accolse in convento alcuni che avevano bisogno di asilo. Fra costoro, due marinai sardi, due ufficiali napoletani, cinque di Sciacca e non pochi altri avventizi. Fra altri, anche il rag. Ernesto Apuzzo, che nella primavera del 1945 avrebbe fondato e diretto la Compagnia Tirrena di Assicurazione. Uno dei rifugiati non fece ritorno, perché preso e torturato. Sospettammo che ci fossero anche spie... Nella città mancava tutto e non era possibile rifornirsi. Qualche frate più audace faceva delle sortite per procurare qualche alimento.
Un giorno, sull'imbrunire, vedemmo alcuni pastori dirigersi - con un branco di pecore - verso il convento. Venivano da lontano, sfiniti, cacciati dagli eventi bellici, come Melibeo con il suo gregge (Virgilio, Ecloga I). Chiesero asilo per la notte. Le pecore furono accolte nel cortile della Basilica. Per gratitudine i pastori ci lasciarono due pecore.
Non meno grande e lodevole fu la carità nelle iniziative di apostolato, nelle quali i servizi pastorali e spirituali si fondevano con le opere di misericordia. In questo dinamismo era validamente coadiuvato dal P. Giovanni Della Vecchia, religioso dello stesso Ordine, figlio della Provincia di S. Francesco di Assisi.
Si dedicava alla confessione di Suore e dei profughi presso la chiesa dei Siciliani S. Maria dell'Istria, collaborava con mons. Ferdinando Balzelli, direttore della POA (=Pontificia Opera Assistenza). Nell'ambito della Parrocchia dei Ss. Cosma e Damiano fu impiantato un Centro di assistenza perché i poveri avessero giornalmente un piatto caldo. Padre Giovanni prese per sé la cura spirituale di tutti gli addetti sul posto di lavoro. Egli si faceva portatore di messaggi che la Radio Vaticana avrebbe trasmesso verso la Sicilia e le Regioni meridionali, tagliate fuori da qualsiasi comunicazione.

2. Le nuove strutture della Casa Generalizia a Roma
Dedichiamo questo paragrafo non al rifacimento esterno della struttura della Casa Generalizia o alle sue ristrutturazioni interne, con rifiniture mirabili, ma al riordinamento interiore dell'Ordine in seguito alle rovine materiali e morali delle vicende belliche. Il fattore spirituale, nel programma di P. Giovanni, ha avuto l'assoluta precedenza su qualsiasi ricerca del decoro e del benessere materiale. Segnaliamo alcune sue realizzazioni a servizio del Terzo Ordine Regolare di San Francesco d'Assisi:
- anno 1938: Apertura di una Missione in India;
- anno 1939: Installazione del grandioso Presepe Napoletano del Settecento presso la Basilica dei Ss. Cosma e Damiano a Roma;
- anno 1940: Riscatto di buona parte dell'antico Convento dei Santi Cosma e Damiano, in Roma;
- anno 1943-44: Ristrutturazione della sede generalizia, sempre nel Convento dei Ss. Cosma e Damiano.

2.1 - Missione in India
All'inizio del suo Generalato, Padre Giovanni si presentò al card. Fumasoni Biondi, Prefetto di Propaganda Fide, chiedendogli l'assegnazione di un territorio di Missione. Tale richiesta, fatta per impulso di interiore ispirazione, gli parve ben presto non solo avventata, ma addirittura temeraria, per il fatto che non disponeva di alcun religioso, propenso ad andare in terre lontane. Egli lanciò un appello a tutti i frati: "Ite et vos in vineam meam". I tempi stringevano. Nel febbraio 1938 ebbe infatti comunicazione che i Gesuiti intendevano dividere in due la loro Missione in India, perché troppo vasta. Una parte di essa - quella ad oriente di Patna, nei pressi del Gange - sarebbe toccata al Terzo Ordine Regolare.
Dalla Provincia del Sacro Cuore negli USA venne una risposta all'appello: il Padre Eugenio Gorge era pronto, con altri quattro religiosi, a partire per l'India. Questo primo nucleo venne rinforzato, nel 1940, con altri otto missionari della medesima Provincia. Il 23 giugno Propaganda Fide inviò Lettera relativa alla suddetta assegnazione, in pieno accordo con il vescovo di Patna e con i Gesuiti.
Il buon seme aveva attecchito, dunque, vigorosamente, con prospettive di sviluppo. Questo fatto commoveva il P. Giovanni fino alle lacrime.
La Missione ebbe inizio ufficiale nella solennità dell'immacolata, l'8 dicembre, e fu intitolata a San Tommaso apostolo. Nel cinquantesimo della sua costituzione, i religiosi TOR indiani erano oltre cento.

2.2 - Ottava di preghiere per l'unità della chiesa
L'Ottava di preghiere per l'unità dei cristiani, sorta negli USA per iniziativa di Paul Watson, fu trapiantata nella Chiesa di S. Paolo alla Regola, ricca di memorie paoline. In spinto ecumenico, il P. Giovanni si era adoperato con entusiasmo. Durante il suo generalato, diffonderà questa pratica in tutto l'Ordine, con la fattiva collaborazione di altri confratelli (P. Raniero Luconi e altri). E la Basilica dei Ss. Cosma e Damiano diverrà centro di irradiazione per tutta l'Italia. In seguito al Concilio Vaticano II, la Settimana per l'unità dei cristiani passerà sotto la direzione dei vescovi.

2.3 - Presepe Napoletano del Settecento
Nel 1937 i coniugi napoletani Enrico Cataldo e Raffaelina Perricelli donarono al Ministro Generale il monumentale Presepio Napoletano del Settecento, patrimonio ereditato da generazioni. Era opera di famosi artisti, ma finora era rimasto quasi sconosciuto in quanto privato. Dopo accurati restauri, fu esposto al pubblico nel cosiddetto Tempio di Romolo presso la Basilica dei Santi Cosma e Damiano. Il ricavato veniva destinato ad opere di beneficenza e alle Missioni. L'inaugurazione era avvenuta il giorno 11 dicembre 1939. Per l'Ordine, quel Presepe ha costituito motivo di notorietà e risonanza economica. Tra i primi visitatori illustri ricordiamo i Reali d'Italia, Gugliemo Marconi e il maestro Lorenzo Perosi, compositore famoso.

2.4 - Riscatto di un'ala dell'antico Convento
L'antico Convento dei Ss. Cosma e Damiano fu chiuso dal governo francese nel 1810, passando tutto al Demanio. Ai frati furono lasciati in uso alcuni locali retrostanti l'abside e alcune stanze sopra le cappelle laterali della Basilica, necessarie per attendere al culto della Basilica. Nel 1921 e poi nel 1935 fu possibile avere in uso, dal Demanio, l'antico refettorio e, al secondo piano, alcune stanze sopra i locali occupati dal Gabinetto fotografico dello Stato. Tutto ciò era inadeguato alle esigenze della Curia Generalizia, che da quattro secoli aveva la sua residenza tradizionale. Assunto all'ufficio di Ministro Generale, il P. Giovanni si impegnò per il recupero di quanto era andato perduto.
Nel 1940 la principessa Cenci Bolognetti aveva posto in vendita un'ala del vecchio convento, di sua proprietà. Un tempo era il magazzino dei frati. Il P. Giovanni acquistò l'immobile per 160.000 Lire (= Lire attuali 136.000.000, ossia Euro 70.238,00). Questo lato del vecchio convento è meraviglioso, in quanto prospiciente su Via in Miranda e sul Foro Romano.

2.5 - Ristrutturazione della Casa Generalizia
Il Convento e la Basilica dei Santi Cosma e Damiano avevano l'ingresso in Via in Miranda, allora poco decorosa. Insieme all'architetto Gaetano Rapisardi fu studiato un nuovo ingresso sulla nuovissima Via dell'Impero (ora Via dei Fori Imperiali).
I lavori dì ristrutturazione del monumentale complesso edilizio iniziarono nel 1943. Furono utilizzate grosse partite di marmi pregiati e materiali da costruzione non più serviti in costruzioni pubbliche durante la guerra. I lavori di rifinitura durarono fino al 1947.

3. L'afflizione profonda
In ogni sua opera il P. Giovanni non pensò mai a trarre vantaggi personali. Egli aveva in cima ai suoi pensieri l'amore per il suo Ordine. La ristrutturazione dei locali dei Ss. Cosma e Damiano parve ad alcuni troppo lussuosa, contro la povertà francescana. Questi atteggiamenti gli procurarono non poche difficoltà e dispiaceri. Inoltre, nel 1943, P. Giovanni diede inizio ai lavori pur non avendo fondi sufficienti per eseguirli. Ebbe fiducia nella Provvidenza, ma era confortato anche dalla convinzione che i confratelli americani avrebbero aiutato il loro Padre Generale con interventi adeguati per portare a termine questa impresa necessaria per la funzionalità della Curia Generale. Per un certo periodo le cose andarono bene. Ci fu poi una frenata brusca, che costrinse alla sospensione dei lavori. Il P. Giovanni si trovò senza i mezzi disponibili per continuare gli interventi e tacitare i creditori. Si sentiva abbandonato dai frati americani, che non erogavano più aiuti. 
Mandò un definitore generale americano (il P. Antonio Manganello), ma nessun riscontro. Il Padre Parisi pensò allora di dimettersi e consultò il cardinale protettore dell'Ordine. Il cardinale lo pregò di attendere la celebrazione del Capitolo Generale, ormai imminente. La prova fu grande, perché nessuno dei confratelli sapeva come aiutarlo, mentre aumentavano i detrattori. La sua salute cominciò ad incrinarsi. Lasciò ogni incarico pastorale al Viceparroco P. Giovanni Della vecchia e, nel giugno del 1947, si recò in famiglia per trovare un pò di sollievo. Ebbe 12 giorni di degenza in ospedale e poté fare soltanto pochi giorni di convalescenza. A Roma stava per cominciare il Capitolo Generale, il cui inizio era previsto per il 7 luglio. Il Capitolo cominciò senza di lui! Nella splendida aula capitolare da lui fatta erano presenti 23 vocali delle 6 Province dell'Ordine. L'accoglienza fu poco fraterna. Fu trattato come imputato, con parole di aperta condanna per il suo governo. Egli presentò un'ampia relazione, in cui illustrava le opere compiute, introiti e costi, nonché le basi economiche e le prospettive.

IL RIENTRO NELLA SUA AMATA SICILIA A SCIACCA 
La fine del conflitto mondiale (maggio 1945) aveva fatto salutare come "liberatori" gli alleati angloamericani, con la convinzione che sarebbe venuta una mitica "età dell'oro". Anche gli Ordini religiosi risentirono di queste ventate di euforia. Non pochi, nella scelta dei loro superiori maggiori, si orientarono verso i confratelli americani, subendo la loro mentalità consumistica, a scapito spesso delle sane tradizioni di vita austera e francescana. Nella seduta elettiva del 16 Luglio 1947, nel Convento dei Santi Cosma e Damiano in Roma, ottenne la maggioranza dei voti il Padre Giovanni Boccella, Ministro Provinciale della Provincia del Sacro Cuore di Gesù negli USA: Egli aveva compiuto gli studi teologici a Roma, presso il Pontificio Ateneo Angelicum, quando era alla direzione dell'Ordine il Padre Parisi. Durante il conflitto il P. Boccella ritornò negli USA e frequentò il corso di pedagogia presso l'Università Cattolica di Washington.
E vero che la Provvidenza realizza i suoi progetti lasciando spesso via libera agli uomini e ai loro umori. Dal punto di vista umano, la drastica sospensione degli aiuti finanziari da parte dei confratelli americani fu voluta almeno per due motivi, riducibili poi ad uno solo: mettere in evidenza il governo fallimentare del P. Parisi e aprire la strada a un candidato americano, che avrebbe sanato miracolosamente tutti i debiti! Come primo atto di governo, il Padre Boccella ordinò al P. Parisi di scegliersi subito una nuova dimora fuori Roma, lasciando immediatamente qualsiasi attività. Una decisione crudele e disumana, per molti versi.
Ma il Signore non abbandona nessuno che ha fiducia in lui. Egli libera da vecchie catene e apre nuove strade. Il Padre Parisi trangugiò il boccone amaro dell'obbedienza e si recò a Sciacca, terra tanto amata. Il 13 giugno 1955, il Padre Boccella compì un gesto che gli rende onore: nominò il P. Giovanni Pansi "Magister Ordinis", come segno di apprezzamento per l'operato e per i meriti culturali dell'ex Ministro Generale. Essendo a Sciacca, il Padre Parisi poteva visitare più spesso i familiari, specialmente per confortarli nei momenti di prova: la lunga malattia del padre e della sorella Concetta. La mamma rimase sola, quasi cieca, fino a 90 anni. Era sempre pronta ad aiutare gli altri. Per iniziativa del P. Giovanni Parisi, fiorirono a Sciacca opere parrocchiali, ristrutturazioni e attività di vario genere. Ne segnaliamo alcune più significative:
1. Aggregazione al TOR degli Eremiti del Santuario San Calogero sul Monte Kronion. Il relativo atto fu stipulato nell'ottobre del 1948. Per il santuario si aprì un'era nuova. Nel 1953 vi fu eretta la parrocchia e nel 1979 la chiesa verrà promossa Basilica minore, per iniziativa del P. Guglielmo Pisa.
2. Impulso dato dal P. Giovanni agli studi sul medioevo e sul movimento penitenziale. Le sue pubblicazioni hanno lasciato un segno indimenticabile: Il Beato Guglielmo da Scicli (1958); Sciacca città francescana (1959); San Corrado Gonfalonieri patrono di Noto (1960).
3. Fondazione del periodico Kronion. Fin dal 1949 il Padre Parisi tentò di fondare un periodico culturale che fosse vincolo di unione fra tutti i cittadini vicini e lontani nel nome di San Calogero e del suo Santuario. Furono di ottimo auspicio sia il nome del Monte Cronio (che si volle grecizzato in Kronion), sia la memoria di San Calogero eremita, evangelizzatore della Sicilia fra il V e il VI secolo. Il Monte sarebbe stato il luogo della sua sepoltura. Gli inizi del periodico furono deludenti, ma questo cominciò ad avere grande rinomanza e diffusione anche tra gli emigrati. Il P. Giovanni era confessore di tutti gli Istituti religiosi della città. Oltre all'apostolato quotidiano, egli dedicherà molta attenzione agli studi e alle ricerche storiche. Per chiarire alcuni problemi di ortodossia, egli darà alle stampe: Per meglio conoscere la chiesa (1978) e Cento risposte ai fratelli separati di buona volontà (1982). Tali studi, intesi ad affermare la verità teologica, traevano origine dalle riflessioni sull'Ottavario per l'unità dei cristiani e dalle celebrazioni sulla conversione alla luce dell'apostolo San Paolo. L'impegno ecumenico veniva tenuto attivo anche mediante il periodico Fiet unum ovile.
4. Interessamento per la gioventù. Questo intento apostolico e caritativo che richiama l'assistenza data ai profughi nella Basilica dei Ss. Cosma e Damiano in Roma fu perseguito anche a Sciacca. Indichiamo due fatti. Al Convento del Giglio c'erano aspiranti e collegiali. Circa una quarantina. I ragazzi ricevevano dai frati istruzione e assistenza, oltre al mantenimento. Terminato il ciclo di educazione, quei ragazzi che non sentivano la vocazione alla vita religiosa spesso non desiderano uscire, perché fuori c'era molta miseria e non esistevano prospettive di lavoro. Il Padre Giovanni andava studiando forme di artigianato per offrire lavoro. Fra altro, egli desiderava avere una tipografia per stampare la sua rivista Kronion e altro materiale. La Provvidenza gli fece incontrare un vecchio tipografo, pronto a dismettere la sua attività tipografica. Donò tutte le attrezzature e si mise a disposizione per avviare i giovani di Sciacca, in cambio dell'ospitalità e dell'assistenza da parte dell'Ordine.
Così al Giglio venne impiantata una tipografia (con annessa legatoria). Da essa uscirono bravi tipografi. Fra altro, saranno stampate due opere di lui: Alla ricerca di Diana Facellina e Florilegio Serafico del Terz 'Ordine Regolare di San Francesco.
Di più vasto raggio assistenziale fu il salvataggio, fatto dal Padre Giovanni, dell'Orfanotrofio delle Giummare. Era stato istituito dal canonico don Michele Arena al termine del conflitto mondiale. Egli raccolse offerte da ogni parte per assistere bambini e ragazzi orfani, privi di qualsiasi riferimento sociale. La conduzione dell'Orfanotrofio fu affidata alle Suore Francescane Missionarie d'Egitto. Per incomprensione con il can. Arena, queste Suore lasciarono la direzione dell'Opera caritativa. Il Padre Giovanni ottenne l'intervento delle Suore Francescane di Santa Chiara, fondate da Suor Teresa Cortimiglia a Corleone. Queste Suore entrarono in servizio il 10 agosto 1959. Il P. Giovanni scriverà una buona biografia della Fondatrice nel 1980. Per la conduzione dell'Orfanotrofio fu redatto un apposito regolamento per opera del P. Giovanni in accordo con il vescovo.

S. LUCIA DEL MELA: UN VARCO VERSO ORIZZONTI NUOVI  
Un giorno imprecisato dell'estate 1959, trovandosi in famiglia, il P. Giovanni riceve la visita di don Giovanni Calderone, il quale per incarico del vescovo offre la Chiesa e il Convento del Sacro Cuore in S. Lucia del Mela, che i Maristi intendono lasciare dopo appena un anno di permanenza. Egli andò a vedere il complesso e ritornò entusiasta. In precedenza, una decina di Istituti religiosi avevano declinato la proposta del vescovo. Il luogo fu accettato e lo stesso P. Giovanni fu candidato. Vi si trasferì da Sciacca il 14 ottobre dello stesso anno. La mamma, ormai sola, era più vicina; il panorama era meraviglioso. Ma la chiesa si trovava in pessime condizioni e il convento era in ricostruzione, senza la speranza di vedere presto conclusi i lavori.
E poi come utilizzare il complesso restaurato? Erano previste finalità educative e assistenziali della gioventù luciese che si trovassero in condizioni di bisogno. Erano possibili due soluzioni:
a) come doposcuola (ma dove reperire il personale necessario per il servizio?; b) come orfanotrofio (a questo scopo erano disponibili ambienti anche migliori, quali l'ex seminario e l'Istituto femminile dei Cappuccini, retto dalla Suore Francescane Missionarie dell'Eucaristia). Padre Giovanni prese in considerazione una terza ipotesi: costituirvi un seminario serafico per la Provincia di Sicilia, sostituendo il convento di Calvaruso. Però mancava un'area ricreativa per i giovani e mancava la necessaria tranquillità, trovandosi il complesso in mezzo al traffico e al clamore cittadino. Il tempo e la riflessione, buoni consiglieri, fecero sì che il P. Giovanni si orientasse per l'assistenza ai ragazzi abbandonati. Con tali finalità, tenne per anni l'ufficio di parroco (dal 1963 al 1973). 
Dopo di lui, è diventato parroco il P. Calogero Ventimiglia, apostolo infaticabile.Il P. Giovanni è stato anche confessore delle Suore in S. Lucia, in S. Filippo, a Pace, a Gualtieri e anche a Saponara. Per mettere in attività l'istituto riconosciuto dalle autorità come idoneo ad ospitare 30 minorenni il P. Giovanni ottenne il trasferimento del P. Giuseppe Materia, appassionato cultore della gioventù. Fin dal 1964 l'Istituto si popolò di ragazzi.
Ma non mancarono difficoltà. Fra altro, il P. Materia avendo a disposizione un vasto appezzamento di terreno in zona panoramica in contrada Oreto di Merì, intraprese la realizzazione di un grandioso complesso per la gioventù in abbandono. Ma l'impresa finì per schiacciarlo. Egli morì a 55 anni, il 20 giugno del 1976.
Abbiamo finora considerato il P. Giovanni come ministro saggio e prudente in seno al Terz'Ordine Regolare e alla Chiesa. Egli ha goduto sempre l'assistenza divina e la stima degli uomini. Le opere esterne sono proiezione dello spirito. Nei 33 anni di permanenza in S. Lucia del Mela, il P. Giovanni ha animato interventi a beneficio del paese, della chiesa locale, del convento, della diocesi. Dal Vescovo ha ricevuto i titoli di Cancelliere, di Delegato, di Canonico e di Vicario Generale. Eppure, giunto al termine del suo pellegrinaggio terreno, il P. Giovanni percepiva tanti titoli di servizio e di onorificenza come realtà sbiadite, con un senso di isolamento e di emarginazione.
Egli sperimentò un momento di grande gioia quando, il 20 dicembre del 1969, nella chiesa parrocchiale, due giovani chierici ricevettero l'ordinazione sacerdotale dal vescovo mons. Francesco Tortora. Erano P. Filippo Todaro e P. Gaetano La Maestra. Allora quella sede di S. Lucia gli apparve, come mai, parte viva della sua Provincia religiosa e non solo un'oasi isolata! In più occasioni, il P. Giovanni aveva sperimentato con vera sofferenza la mancanza di vocazioni religiose per la sua Provincia di Sicilia, in molti anni di apostolato, egli si era reso conto che, attraverso certe "fessure", nell'animo dei sacerdoti e dei religiosi si erano introdotte infiltrazioni di modernismo, di liberalismo e di materialismo, che portavano in secondo piano le urgenze della perfezione evangelica. Egli riscontrava un taglio, talvolta netto, tra le vecchie e le nuove generazioni. Notava l'insorgere di certe contestazioni e il ripudio degli antichi principi, inculcati nell'animo dei Novizi. 
Il mondo e il cristianesimo stavano cambiando con tante incognite! Le opere esterne che aveva realizzato con competenza e con tanto amore gli apparivano ormai poco importanti, quasi "vanità delle vanità". Soffriva in silenzio e risolveva nella preghiera le sue perplessità. Il convento di S. Lucia rappresenta il luogo del tramonto di Padre Giovanni, ma anche e soprattutto un passo ulteriore verso nuovi orizzonti dello spirito. Se è vero che anche i capelli del nostro capo sono contati, è anche vero che le vie della Provvidenza intendono sempre realizzare un progetto di vita e di amore. La realtà interiore, che matura nel cuore del P. Giovanni, non va ignorata, ma letta alla luce della grazia.
Giova qui ricordare l'intervento con cui (per volontà di Pio XI) la Santa Sede propose la nomina di P. Giovanni a Ministro Generale del Terzo Ordine Regolare di S. Francesco. Ugualmente fu la S. Sede che suggerì tramite il segretario mons. Pasetto al vescovo di S. Lucia per la donazione della chiesa e del convento del Sacro Cuore in S. Lucia del Mela. Nell'atto ebbero parte giuridica il Vescovo, il Sindaco, il Ministro Generale TOR, la S. Sede. Da notare che la diocesi di S. Lucia del Mela, per volontà dell'imperatore Federico II, nel 1206 fu costituita "Prelatura nullius", cioè esente da qualsiasi ingerenza gerarchica e dipendente direttamente dalla S. Sede. Si sono succeduti 64 Prelati ordinari. Si tratta della più antica Prelatura nullius, mentre la seconda è quella di Altamura (Bari), costituita dallo stesso Federico Il. Egli non voleva occhi indiscreti e neppure ostacoli nei segreti convegni politici e letterari, ed anche esoterici. Molto più tardi saranno erette le Prelature di Pompei (1926) e di Loreto (1935), a motivo dei rispettivi Santuari. Nei disegni di Dio, il presente, il passato e il futuro sono sullo stesso tavolo, avvolti da un unico sguardo e governati da una medesima volontà di salvezza.
In questa prospettiva, riconosciamo che la presenza del P. Giovanni in S. Lucia era prevista nei disegni della Provvidenza, nonostante che molte cose sembrano strane a noi mortali, dallo sguardo corto. Ben 33 anni di presenza e di servizio pastorale! Egli aveva accettato con entusiasmo e aveva profuso le sue migliori energie. In questa impresa lo aveva certamente sostenuto lo Spirito divino, forse con l'intercessione di frati santi che lì avevano dimorato e operato in precedenza.
Scorgiamo un dono della Provvidenza anche nel fatto che in S. Lucia del Mela il P. Parisi ha rievocato miti e leggende, memorie letterarie e storiche, spunti di vita antica recuperati per un rinnovato futuro. Dalla memoria storica e archeologica prenderanno vita nuovi orizzonti di riflessione.

ULTIME VOLONTA’. L’ISCRIZIONE SEPOLCRALE  

Come un vestito che si logora e invecchia con l'uso, così è l'uomo nella sua componente carnale. Ma l'uomo interiore, l'uomo che ha camminato nelle vie del Signore, è come un baccello che gradatamente dissecca sull'arbusto perché venga portato a maturazione il seme della posterità spirituale. È grave ingiustizia considerare come un rudere inutile l'anziano o il malato, dato che è preziosa al cospetto di Dio non solo la morte dei suoi santi, ma anche la sofferenza vissuta nella pace in unione con Cristo. Il dolore umano è una moneta universale per il riscatto e la salvezza.
Nella sua lunga vita, il Padre Giovanni ebbe a portare per circa 60 anni la croce nascosta di una duplice infermità: le piaghe da vene varicose e l'ernia inguinale recidiva. Per questa subì un primo intervento a Roma, nell'Isola Tiberina (novembre 1933). Fu dimesso dall'ospedale dopo quattro mesi di degenza, a motivo di una suppurazione interna. Da allora ebbe una lunga serie di interventi, l'ultimo dei quali a 92 anni di età, nel 1989 a Messina. Le sue condizioni di salute si andarono facendo sempre più precarie.
L'ultima volta che io vidi il Padre Giovanni fu verso la fine di marzo del 1992, due mesi prima del suo transito, che avverrà il 25 maggio del 1992. Era sereno e lucido. Parlammo di studi e... delle ultime volontà. Fra altro, era suo desiderio che io continuassi a portare nuovi contributi nella ricerca storica riguardante soprattutto la nostra terra. Ci lasciammo senza emozioni. Egli mi disse: "Se non ci vediamo più, ci rivedremo in Paradiso!". Avrei voluto chiedergli la benedizione, ma mi mancò il coraggio. Non mi perdonerò mai la mia timidezza. Nel nostro incontro, il P. Giovanni aveva espresso il desiderio di essere sepolto nel cimitero di Pace del Mela. Ma non apparve facile trovare uno spazio dignitoso. Vi erano disponibili soltanto loculi in serie.
Fu provvidenziale che, nella parte nuova del cimitero, si rendesse libero un posto a terra per traslazione di uno a Rometta. Il posto fu subito acquistato e restaurato. Lì è stato sepolto il Padre Giovanni, in un ambiente familiare, tra amici di un tempo e parenti, al cospetto di panorami che avevano riempito il suo animo di sante ispirazioni.
I confratelli del Terzo Ordine Regolare hanno voluto ricordare il Padre Giovanni Parisi con due ovali in bronzo, realizzati nel 1996, nel quarto anniversario della morte.

Pace e Bene
 
Parrocchia Sacro Cuore
Via P. Giovanni Parisi TOR, 1
Santa Lucia del Mela (Me)
Tel. - Fax 090.9359393
Cell. 3452427585
E-mail: frafilippotor@gmail.com
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AVVISI
 
EVENTI DI RILIEVO

Festa dell'Eccomi
Genitori e Araldini
Domenica 5 Febbraio 2012 - ore 18.00


Quarant'ore
dalle ore 7,30 alle ore 16.30
9 - 10 -11 febbraio 2012


Festa di Carnevale
Ore 16.00
18 febbraio 2012


Stazione quaresimale
da S. Caterina al Sacro Cuore
29 febbraio 2012


Festa del Si
***
6 maggio 2012


Araldinfesta
***
20 maggio 2012


Programma Settimanale
 
Corso di Cresima
Lunedi', ore 20.00

Corso PreMatrimoniale
Lunedi', ore 21.00

Catechesi Adulti
Martedi', ore 21.00

Incontro GiFra
Mercoledi', ore 21.00

Prove Coro
Venerdi', ore 21.00

Catechismo fanciulli
Sabato, ore 16.00

Araldini (dalla 3^ elem. alla Media)
Sabato, ore 17.00

Gruppo di Preghiera P. Pio
Primo Lunedi' del Mese
ore 16.30

Adorazione Eucaristica
Primo Venerdi' del Mese
ore 16.30

 


 


 
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